Ritorno a Beirut

5 novembre 2020, 13:13

Shatila è un campo rifugiati tra i più densamente popolati del Libano, all’interno di 1 km quadrato vivono circa 20.000 persone. Palestinesi rifugiati qui ormai dal 1948, libanesi in difficoltà economiche, persone migranti.

Qui l’acqua è salata, la corrente elettrica salta continuamente: immaginare di potersi proteggere dal contagio da Covid-19 in queste condizioni, e quando mantenere le distanze fisiche è impossibile, è davvero difficile.

Le condizioni di vita per le famiglie dentro il campo era già molto fragili prima della pandemia. Oggi, sono diventate quasi insostenibili.

Soprattutto per bambine e bambini, che non hanno gli strumenti per accedere alla didattica a distanza.

A questa situazione si aggiunge la cronica mancanza di un sistema sanitario pubblico accessibile a tutte e tutti: in Libano infatti la sanità è privata, e solo chi ha un’assicurazione può accedervi.

In un momento di grave crisi economica, intensificata dall’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto scorso, la maggioranza della popolazione non ha accesso al diritto alla salute.

“Qui in Libano Un Ponte Per si è sempre occupata di sostenere il diritto allo studio e l’accesso all’educazione di bambine e bambini, principalmente nei campi profughi palestinesi”, ci racconta in questo video David Ruggini, capo ufficio di UPP a Beirut.  

“Quando è arrivata la pandemia nel paese era febbraio, e abbiamo dovuto reinventare il nostro intervento. Abbiamo immediatamente lanciato una campagna di raccolta fondi per aiutare le persone a fronteggiare il Covid-19: abbiamo scelto di sostenere la distribuzione di pacchi alimentari dentro i campi, perché le famiglie hanno subito gravi perdite di reddito”, ci racconta.

Lo abbiamo potuto fare grazie al sostegno di tante persone che continuano a camminare al nostro fianco anche in questi tempi difficili.

Per sostenere il nostro intervento, clicca qui.