Mosul, 6 anni dopo l’occupazione di Daesh

10 giugno 2020, 16:47

Tra il 9 e il 10 giugno di 6 anni fa, nel 2014, i miliziani di Daesh, l’auto-proclamato “Stato Islamico”, prendevano il controllo di Mosul, seconda città irachena per grandezza ed importanza, estendendosi poi a tutta la Piana di Ninive.

Un tempo luogo di pacifica convivenza tra le tante comunità che la abitano, Ninive avrebbe assistito da quel momento a conflitti, tensioni, scontri intra-comunitari.

A luglio del 2014 Abu Bakr Al Baghdadi, auto-proclamato Califfo, dalla moschea Al-Nouri di Mosul dava l’annuncio della restaurazione del Califfato, dopo aver conquistato anche la città siriana di Raqqa, eletta a sua roccaforte.

Vaste aree della Siria e dell’Iraq sarebbero così finite sotto il controllo di Daesh.

Città a maggioranza sunnita, colpita dal processo di de-baathificazione innescato dopo la destituzione di Saddam Hussein, Mosul si preparava a 3 lunghi anni di occupazione da parte di Daesh, che ne avrebbero cambiato il volto.

Si trattava della fine di un lungo processo, avviato molto tempo prima, le cui radici andavano ricercate nell’invasione statunitense dell’Iraq all’inizio degli anni Duemila.

Erano gli effetti, resi forse per la prima volta così chiari, della devastazione a cui quelle manovre esterne avevano portato, e contro le quali noi di Un Ponte Per ci eravamo battuti/e sin dal primo giorno, contribuendo a costruire un movimento di opposizione alla guerra che non fu, tuttavia, ascoltato.

Ancora oggi, Mosul è una città in macerie.

Lo è la parte ovest, l’ultima ad essere stata liberata dalle forze armate irachene in una battaglia lunghissima e devastante, condotta tra 2016 e 2017, pagata a carissimo prezzo dalla popolazione civile. Lo è parzialmente la parte est, dove si sta avviando un lento processo di ricostruzione, e dove alcune infrastrutture sono state riabilitate.

Ma il cammino è lungo, e mancano ancora cose fondamentali. Come le scuole, che in pochissimi casi sono state ricostruite. Anche per questo abbiamo deciso di contribuire, ricostruendone e riabilitandone tante in tutta l’area della Piana di Ninive.

Oltre alle macerie fisiche lasciate dalla guerra, ci sono poi le ferite inferte al tessuto sociale, e ad una popolazione che dopo anni di conflitti si è trovata sottoposta all’occupazione di Daesh prima, e alla battaglia per sconfiggerlo dopo.

Oggi, di quei conflitti resta il ricordo vivo, il timore che possano tornare. Restano le tensioni tra comunità, che vanno ricucite con pazienza e costanza perché non tornino ad esplodere. Restano i traumi psicologici, particolarmente profondi su donne e bambini/e.

Per questo, a Mosul come nella Piana di Ninive cerchiamo di lavorare tenendo insieme tutti questi aspetti.

La ricostruzione, intanto. Di scuole, centri giovanili, campi sportivi, parchi giochi: tutto ciò che può servire a ricreare aggregazione sociale, a unire persone che la guerra ha allontanato, a fornire spazi di incontro, dialogo, conoscenza.

Portiamo avanti da tempo un vasto intervento di peacebuilding e coesione sociale: grazie ai nostri Team per la prevenzione dei conflitti (Conflict Prevention Teams – CPTs), composti da giovani ragazzi e ragazze delle diverse comunità, e specificamente formati/e sulla nonviolenza, il dialogo e la riconciliazione, lavoriamo perché le comunità tornino ad incontrarsi e fidarsi.

Lo abbiamo fatto anche durante l’emergenza Covid-19, quando abbiamo consegnato pacchi alimentari alle famiglie in stato di bisogno a Ninive e condotto campagne di prevenzione per il Covid-19: azioni portate avanti dai/lle giovani della comunità sunnita alle persone della comunità ezida, lanciando così anche un messaggio di amicizia e di pace.

E poi, abbiamo accompagnato passo dopo passo la costruzione del primo Forum della Pace di Ninive, che avrebbe dovuto svolgersi proprio a giugno a Mosul, ma che è stato rimandato a causa del lockdown e delle misure restrittive della pandemia.

Un’iniziativa trasferita online, con una serie di incontri e webinar tra organizzazioni della società civile che si stanno confrontando su temi fondamentali come la de-militarizzazione della società, i diritti delle donne, la partecipazione giovanile ai processi decisionali e politici, la possibilità di accogliere persone un tempo affiliate a Daesh e reintegrarle nel tessuto sociale.

Nonostante le difficoltà del post-conflitto e della pandemia, continuiamo a camminare a fianco delle donne, che come sempre pagano il prezzo più alto nelle situazioni di emergenza. E’ stato così anche durante il lockdown, che ha costretto centinaia di donne – in Iraq come in tutto il mondo – a condividere lo spazio chiuso della casa con chi agisce violenza su di loro.

Nella Piana di Ninive, grazie alle donne del nostro staff locale e internazionale sosteniamo 6 centri anti-violenza, una linea telefonica per le richieste di aiuto attiva 24 ore su 24, e svolgiamo un lavoro capillare di sostegno psicologico per accompagnare le donne nel loro percorso di uscita dalla violenza. Il nostro obiettivo è aprire un centro anti-violenza anche a Mosul, che possa ospitare chi fugge dalla violenza domestica e familiare.

Per questo abbiamo scelto di dedicare alle donne la nostra Campagna 5×1000 sia nel 2019 che quest’anno, nel 2020. Perché questa sì, è un’emergenza che non conosce fine.

Nei giorni scorsi infine abbiamo realizzato un workshop su “Human Security e International Humanitarian Law” con l’obiettivo di costruire nuovi ponti di dialogo e fiducia anche tra le forze di sicurezza e la società civile. All’incontro hanno partecipato 30 rappresentanti della polizia di Bartella e dei militari di Mosul e Baghdad, tra cui una donna, responsabile della formazione delle forze di sicurezza femminili sui temi della violenza domestica e di genere.

Durante il workshop si è discusso anche delle possibili campagne che le forze di sicurezza potrebbero condurre insieme ai nostri CPTs per lavorare sul delicato tema della fiducia e della percezione della società civile rispetto alla polizia. E’ stata anche elaborata una proposta per il primo Codice di Condotta basato sul dialogo tra le due parti, su come avvicinarle e su quale debba essere l’impegno delle forze di sicurezza nel rispetto dei cittadini e delle cittadine.

A Mosul, come in tutta la Piana di Ninive, si tenta di andare avanti.